La nostra festa

Lo sapevo. Eppure ci sono cascata lo stesso. Eccomi qui, in questa casa sconosciuta, tra gente mai vista, a far finta di divertirmi. Michele, naturalmente, appena siamo arrivati si è dileguato. Ha l’arte di sparire, lui. All’ingresso i padroni di casa ci hanno accolto più che cordialmente, questo lo devo riconoscere. Sembravano davvero contenti di vederci.
Poi, però, ci hanno messo in mano un bicchiere di prosecco ghiacciato e ci hanno abbandonato al nostro destino, indaffarati com’erano ad aprire i regali. Ma come? Noi non abbiamo portato nulla. Cos’è, un compleanno? Ho lanciato a Michele un’occhiata furibonda, mentre stava già per dissolversi. Carlo, il festeggiato – a quanto pare: è a lui che tutti rivolgono gli auguri – è amico suo da secoli. D’accordo, si sono persi un po’ di vista ultimamente – io, tanto per dirne una, è la prima volta che lo vedo –  ma, insomma, possibile che un dettaglio così importante gli sia sfuggito?
Non abbiamo quasi aperto bocca e già abbiamo fatto una brutta figura. Michele sa benissimo che detesto queste cose. Gliel’avevo anche chiesto, se era il caso di pensare a un presente, non so, una bottiglia di vino, un libro, una pianta. Ma lui se ne frega allegramente, dice che sono solo fisime. Del resto, a pensarci bene, che m’importa? Qui non mi conosce nessuno. L’introdotto è lui.
Mi aggiro per la casa tentando di ostentare un’aria disinvolta, come se mi sentissi a mio agio. In cucina c’è movimento, entro sfoderando il mio miglior sorriso e chiedo se c’è bisogno di una mano. Di solito funziona, è un buon modo per attaccare discorso. Basta poco, tra una tartina da spalmare e gli affettati da trasferire sui piatti da portata, si riesce sempre a trovare il modo di scambiare qualche parola. Macché, qui è tutto già pronto. Anzi, Laura – la moglie di Carlo, e, oltre a lui, l’unica qui dentro di cui conosco almeno il nome – con un ampio sorriso mi fa capire che non c’è proprio niente ch’io possa fare per rendermi utile e, penso io, per sentirmi meno fuori posto. Mi prende affettuosamente sotto braccio e mi trascina nel soggiorno, dove gli altri invitati stanno già addentando i primi canapè ai gamberetti in salsa rosa.
– Perché non mangi qualcosa? – mi dice, allegra. E mi lascia davanti al buffet.
Gli antipasti sembrano invitanti. Scelgo un vol-au-vent ripieno di qualcosa che assomiglia ad una mousse di tonno. Mi resterà sicuramente sullo stomaco. Non digerisco niente in questo periodo. Forse era meglio se assaggiavo quel carpaccio di pesce. Cosa sarà? Sembra branzino marinato. Infatti. Buono. Mi chiedo come farà questa gente a smaltire tutto quel che mangia. Noti professionisti, eleganti signore che si riempiono i piatti come se non mangiassero da una settimana, come se, invece che ad una festa di compleanno di uno stimato architetto, fossimo alla mensa della Caritas.
L’insalata russa, comunque, non è male. Fatta in casa, lo si capisce subito dalla maionese, non quella dozzinale che al supermercato vendono in vasi grandi come il mio secchio della spazzatura. Anche il salmone cotto al vapore, per quanto non brilli d’originalità, si lascia mangiare. Non vorrei sembrare schizzinosa e allora metto anch’io qualcosa nel piatto: due o tre cicale di mare (queste non possono farmi male, sono bollite), un velo di polentina con appena un cucchiaio di seppioline in umido, qualche chela di granchio (sì, sono fritte – ovvio –  però poi magari, prima di dormire, prendo l’alkaselzer), un assaggino di insalata di polipi e sedano. Ah, non avevo visto la granseola. Sono secoli che non la mangio. Ma sì, ne prendo solo un po’ e, già che ci sono, mi servo anche una fetta di quiche lorraine. Col piatto colmo in mano mi aggiro per la sala, sorridendo appena incrocio uno sguardo e intanto riempio la forchetta e me la ficco in bocca, tanto per fare qualcosa. Sui divani si sono formati dei gruppetti ben affiatati che sembrano aver avviato discorsi molto interessanti. Ogni tanto scoppiano in fragorose risate. Mi fermo ad ascoltare il primo, quello più vicino al buffet, anche se forse non è molto educato, da parte mia. Accenno a una risata come se avessi sentito e apprezzato la battuta, anzi, come se fosse stata proprio la battuta di spirito ad aver attirato la mia attenzione. Cerco di capire di cosa o di chi stanno parlando, nel tentativo di trovare un appiglio per inserirmi nella conversazione. Impossibile. Da quanto riesco a capire sono insegnanti, colleghi di Laura, che prendono in giro il preside della loro scuola. Che io, ovviamente, non conosco. Con tutti i presidi che ho incontrato nella mia vita, proprio di questo Rèpici dovevano parlare! Mai sentito nemmeno nominare.
Distrattamente mi avvicino a un altro gruppo di invitati che sembra molto infervorato in una discussione politica. Me ne sto ai margini. Ascolto senza alcun desiderio di intervenire. So come vanno queste cose e infatti, dopo pochi minuti tutto si risolve in una lite tra due che cominciano a rivangare vecchie storie di partito e a rinfacciarsi di essere un revisionista (l’uno) e un colluso col terrorismo (l’altro), mentre gli amici, attorno, cercano di metterli a tacere offrendo ad ambedue un bicchiere di bellini.
Possibile che nessuno si chieda chi sono io? Che nessuno venga preso da quel che si chiama – a seconda della formazione di ciascuno – senso civico, carità cristiana, o anche solo curiosità? In fondo, per uscire stasera, mi sono anche vestita elegante. Questo completo di seta grigio perla non mi sta neanche male. A un esame obiettivo credo si possa dire che non sono da buttar via. Non ho più vent’anni, d’accordo, però faccio ancora la mia figura. Non dovrei dirlo io, ma, insomma, sono ancora una bella donna. Forse sono questi “ancora” il problema. Non che qui ci siano tante giovincelle, comunque. Gli amici dei padroni di casa avranno all’incirca la loro età – la mia -– quindi viaggiamo più o meno tutti attorno alla quarantina. Con qualche punta verso il decennio successivo, se non oltre, a quanto vedo. Sulla poltrona vicino al pianoforte quel signore piuttosto robusto di anni deve averne più di sessanta. Sicuro.
Torno al tavolo del buffet e mi accorgo che, nel frattempo, sono arrivati dei fiori di zucca impastellati e fritti. Come si fa a non assaggiare? Ripieni con mozzarella e acciuga. Una delizia. Ne mangio tre. Tanto ormai, se poi devo prendere l’alkaselzer, non vale la pena rinunciare. E anche quel baccalà dev’essere interessante: sul piatto sistemo due fette di polenta abbrustolita accanto a quella crema bianca che si rivela magistralmente mantecata.
Mi avvicino alla libreria, mentre con la coda dell’occhio, senza dimostrare di averlo notato, vedo Michele indaffaratissimo con una mora direi notevole, fasciata in un abito rosso fuoco (The woman in red) addirittura scontato, tanto la rende vistosa. Ma, devo ammetterlo, alquanto desiderabile. Scorro i titoli lungo gli scaffali, mi impegno a leggerli sul dorso dei volumi inclinando la testa verso sinistra, poi verso destra, poi ancora verso sinistra. Mi sono sempre chiesta perché mai gli editori non si mettono d’accordo e ti costringono a questo esercizio di torsioni che mette a dura prova i nervi cervicali già tanto compromessi. I miei, almeno. Possibile che non si possa decidere una buona volta, e una volta per tutte, che verso dare ai titoli sui dorsi dei libri, accidenti? O tutti da una parte o tutti dall’altra, vivaddio! Questo della libreria, come quello della cucina, comunque, per quanto faticoso è un altro vecchio trucco che uso in queste situazioni. Non aiuta a conoscere nessuno, però fa passare il tempo, almeno fino all’arrivo dei primi piatti.
– Come va? Ti diverti? – mi dice Michele con un ampio sorriso, sfiorandomi mentre tenta di raggiungere il buffet, visto che Laura vi ha appena depositato una pentola fumante. Mi commuove sempre il suo delicato interesse per me, in queste situazioni. Dev’essere arrivato il risotto. Di pesce, immagino.
– Moltissimo  – rispondo io, cercando di controllare il mio sarcasmo – e tu?
– Mah, sai che io mi annoio sempre alle feste. Non so neanche perché, alla fine, ci vengo. Però c’è gente che non vedo da  secoli.
– Come quella moracciona laggiù, ad esempio?
– Chi, Matilde? Ah, sì, sai, una vecchia fiamma. Non te ne avevo mai parlato? Ehilà, Nico… – E si dirige, rapido, verso un tizio alto e allampanato che lo abbraccia con foga esagerata.
Appoggio la schiena alla libreria. Mi guardo attorno nella speranza di trovare il mio bicchiere, che devo aver appoggiato chissà dove. In queste cene in piedi è sempre un problema riuscire a tenere in mano contemporaneamente il piatto e il bicchiere senza perdere l’uno o l’altro o, peggio, senza combinare disastri. Alla fine devi scegliere: o mangi, o bevi. Adesso vorrei bere. Perciò abbandono il mio piatto sopra un tavolino, facendo spazio tra cornici d’argento e ammenicoli vari, e mi faccio largo al tavolo delle bibite, dove un tizio tarchiato e barbuto, che tiene con ostentazione tra i denti un mezzo toscano (spento, per fortuna, ma egualmente puzzolente) mi offre un bicchiere di vino bianco. Finalmente qualcuno che sembra accorgersi che esisto. Lo ringrazio, gli sorrido e, mentre penso come continuare la conversazione, mi rendo conto che si è già allontanato. Lo vedo immergere un mestolo in una grossa terracotta e versarsi in una fondina della pasta e fagioli densa che profuma di speck.
– Lei, il risotto l’ha già preso? – mi sento dire da una bionda troppo allegra. Il primo essere umano che  mi rivolge la parola, finora. Trabocco di riconoscenza nel risponderle:
– Veramente, no. È di pesce, vero?
– Sì, è ottimo. Se lo vuole, le conviene metterselo nel piatto ora, perché temo stia per finire – ride e mi lancia uno sguardo d’intesa, come a dire “con gli affamati che ci sono in giro stasera!”
Non me lo faccio dire due volte e me ne servo una porzione abbondante, continuando a parlare, però, perché temo che anche la bionda evapori come il barbuto di prima. Questa non la mollo.
– Nessuno ci ha presentate, credo. – Ma dovrei dire: qui nessuno mi ha presentato a nessuno – Io mi chiamo Luciana, e lei?
– Ah, mi scusi, sono una gran bella maleducata. – mi porge la mano e, nello stringere la mia, aggiunge – Fabrizia. Tanto piacere.
– Piacere mio. Bella festa, eh? – dico, tanto per dire qualcosa. Non so mai come cominciare una conversazione con una persona che non ho mai visto prima. Si possono fare delle domande tipo che lavoro fa, dove abita, cose del genere insomma, ma si rischia di sembrare impiccioni o indiscreti. Meglio rimanere sul generico, allora. Io finisco sempre col fare gaffes terribili.
– Sì, certo… insomma… – fa lei piuttosto interdetta. Un esordio che non poteva essere più interessante, per me. Mi ci tuffo.
– Come… insomma… ? – rispondo io, cercando di non dare alla mia risposta un  tono troppo inquisitorio, ma soltanto simpaticamente partecipe – C’è qualcosa che non va? Si sente poco bene?
– No. Non è questo… è che… – si interrompe, imbarazzata – sì, è una gran bella festa, tutto è delizioso, il cibo, il vino, Carlo e Laura sono dei magnifici padroni di casa e gli invitati sono simpatici, credo… – Già, lo credo anch’io, se solo si riuscisse a conoscerne qualcuno.
 … però? – la incoraggio.
– Ad essere sincera, visto che me lo chiede… – si guarda attorno come smarrita, sorride bevendo un sorso di vino –  lei è la prima persona con cui riesco a scambiare due parole, finora.
– Davvero? – dico io, come se trovassi la cosa sorprendente.
– Già. Non conosco nessuno a questa festa.
– Come, nessuno? Qualcuno l’avrà pure invitata, no? –  e nella replica cerco di usare il mio tono più scherzoso. Mi rendo conto di adorare questa donna come nessuno, mai, al mondo. La bacerei.
Lei ride, mi guarda con sincera simpatia, almeno così mi sembra.
– Beh, certo. Conosco l’architetto. Sono una cliente del suo studio. Sta restaurando un piccolo appartamento che ho appena comprato, qui in città. È stato carino da parte sua invitarmi, ma io non sapevo che fosse una festa di compleanno e quindi… non gli ho fatto neanche il regalo. Ho portato solo un mazzo di fiori alla moglie.
– Capisco. Probabilmente Carlo non gliel’ha detto per eccesso di riservatezza. Magari non ha voluto imbarazzarla costringendola a comprargli qualcosa per forza.
– Può darsi. Ma in questo modo, quando sono arrivata e ho capito la situazione, allora sì che mi sono sentita in imbarazzo.
Rido anch’io. Le appoggio forse con troppa confidenza una mano sulla spalla e le confesso che anche a me è capitato lo stesso spiacevole equivoco. Adesso credo che mi adori anche lei. Alziamo quasi contemporaneamente i nostri due flut, li facciamo tintinnare sfiorando i due calici e brindiamo a quella che sarà, d’ora in poi, la nostra festa.
– Sai, Fabrizia… posso darti del tu, vero? – le dico, prendendola sottobraccio mentre ci avviamo insieme ad esplorare i piatti di portata che sono appena usciti dalla cucina – ti confesserò una cosa: anch’io non conosco proprio nessuno, qui. L’invitato è mio marito… –

Racconto tratto da: Annalisa Bruni, Altri squilibri, Spinea, Helvetia edizioni, 2005.
Il libro, volendo, è disponibile in ebook, qui:
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