L’ottico di Lampedusa, di Emma-Jane Kirby

Recensione a cura di Alberto Trentin
Quando nell’arca regale l’impeto del vento
e l’acqua agitata la trascinarono al largo,
Danae con sgomento, piangendo, distese amorosa
le mani su Perseo e disse: «O figlio,
quale pena soffro! Il tuo cuore non sa;
e profondamente tu dormi
così raccolto in questa notte senza luce di cielo,
nel buio del legno serrato da chiodi di rame.
E l’onda lunga dell’acqua che passa
sul tuo capo, non odi, né il rombo
dell’aria: nella rossa
vestina di lana, giaci: reclinato
al sonno il tuo bel viso.
Se tu sapessi quello che è da temere,
il tuo piccolo orecchio sveglieresti alla mia voce.
Ma io prego: tu riposa, o figlio, e quiete
abbia il mare; ed il male senza fine,
riposi. Un mutamento
avvenga ad un tuo gesto, Zeus padre;
e qualunque parola temeraria
io urli, perdonami;
la ragione m’abbandona.
Il naufragio è cosa da eroi. Anche di quelli inemendabili, come l’Ulisse dantesco. Quasi che nel naufragare vi sia una forma di rinascita (a nuova vita, a gloria postuma, o anche, leopardianamente, in estasi d’indefinito). Letterariamente, dico, il naufragio non ha mai avuto alcunché di disturbante, appartenendo piuttosto, come rischio intrinseco, a una vita che spesso è stata rappresentata come una (più o meno lunga) navigazione. Si può giungere all’approdo e si può cadere durante il viaggio, vittime di dio o degli uomini, del destino o della sventura. Il naufragio è stato usato da chi aveva necessità di un simbolo che rappresentasse con efficace immagine le passioni umane, il turbinio di ciò che – inarrestabile – coinvolge e sconvolge l’intera persona (e società dunque) se non si è pronti ad opporgli una sovrana capacità di contenimento ed autodeterminazione. Torna in mente, tra i tanti, Lucrezio:

Suave, mari magno turbantibus aequora ventis,
e terra magnum alterius spectare laborem;
non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,
sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est.

L’ideale epicureo dell’aponia e quello dell’atarassia non potrebbero essere meglio suggeriti e confermati. Non è molto che Hans Blumernberg ha recuperato Lucrezio in un suo fortunato saggio e ne ha ricordato la matrice individualistica ed egoistica. E noi non siamo così lontani come vorremmo credere; è ancora viva nella memoria l’immagine ad un tempo potentissima e aberrante di Aylan Kurdi, il bambino siriano che tutto il mondo ha visto a terra, morto, sulla sabbia di una spiaggia turca. Cosa differisce il nostro sguardo da quello cantato da Lucrezio?

[…] Quare mors immatura vagatur?
Tum porro puer, ut saevis proiectus ab undis
navita, nudus humi iacet, infans, indigus omni
vitali auxilio, cum primum in luminis oras
nixibus ex alvo matris natura profudit,
vagituque locum lugubri complet, ut aequumst
cui tantum in vita restet transire malorum.

Forse la tecnica che sostanzia i nostri nuovi network e che permette un’estenuante riproducibilità della foto-notizia; ma alla base, oltre l’orrore, eventuale, oltre l’indignazione, che suona ubiqua,     oltre alla negazione di qualunque parallasse che un cadavere produce, non c’è forse lo stesso individualismo, lo stesso egoismo? Non c’è forse lo stesso flatus di voci che si assomigliano ogni giorno di più nel lamento e nella promessa, nella rivendicazione e nell’offesa, in ossequio a quella che, assieme a Perniola, possiamo chiamare cultura della comunicazione?

Il naufragio è tornato di moda, si è inverato nei fatti di ogni giorno, è anzi diventato pane quotidiano dei nostri pasti informativi. A ondate, occupa la scena e lo spazio televisivo, giornalistico, culturale. Politica e informazione si fanno uno, diventano infotainment e fagocitano con bulimica determinazione gli orrori di una guerra silenziosa, per restituirceli smembrati, destrutturati, una sorta di bolo inefficace a una qualsiasi nutrizione.

Nel L’ottico di Lampedusa Emma-Jane Kirby, giornalista della BBC alle prese con un’opera di narrativa, paga un simbolico dazio alla sua professione e costruisce il romanzo attorno ad una notizia, ad un fatto accaduto realmente. Nel 2013. A Lampedusa.

Il romanzo – il titolo è scelto con giustezza per indicare la via – è costruito attorno ad un senso principale: la vista. Attraverso gli occhi del protagonista impariamo la geografia dell’isola, prima, la pace del mare in seguito, l’apparire subitaneo dell’orrore infine. Una vista che all’improvviso collassa, inefficace perché incapace di fornire nuove valide immagini a sostituire quelle che ritornano, prepotenti e insanabili, nel ricordo di ognuno degli otto amici, per quanto ne sappiamo dai pensieri del protagonista. L’ottico di Lampedusa persegue il sogno di aggiustare la capacità di vedere agli abitanti dell’isola e, più in grande e attraverso la sua esperienza, a chiunque legga il romanzo, cronaca di una morte denunciata. Nel complesso, l’autrice sceglie di mantenere attiva l’etica professionale, evitando di far trapelare un personale coinvolgimento e lasciando che il dolore del protagonista e la sua incapacità di comprendere le ragioni di questa storia italiana per convenienza e che ama ripetersi, valgano più di ogni possibile analisi. Come a insistere – nell’immagine, che ritorna più volte nel romanzo, dell’abbraccio coi naufraghi – sulla necessità che si torni a monte, a vedere in ogni naufrago la persona che siamo. Su questo l’ottico di Lampedusa può dare il suo aiuto.

  1. Simonide, Lamento di Danae, (Frammento Diehl 13), trad. it. di Salvatore Quasimodo
  2. Quando nel grande mare i venti sconvolgono acque tranquille, guardar da terra il grande affanno di altri: lí c’è piacere: non che sia godimento gradevole il fatto che altri soffra, ma è piacere guardare i mali da cui tu stesso sei libero. Lucrezio, De rerum natura, liber II, vv. 1-4., trad. it. di Guido Milanese
  3. Perché s’aggira Morte immatura? continuando: il bimbo, come navigante gettato da onde crudeli, nudo a terra giace, senza parola, bisognoso di ogni aiuto per vivere, ora che appena alle spiagge di luce con faticoso parto fuori dal ventre materno Natura ha gettato, e di luttuoso vagito riempie il luogo, come è giusto per lui cui tanti restano in vita mali da attraversare. Ibid., V, vv. 222-227, trad. it. di Guido Milanese
  4. Mario Perniola, Contro la comunicazione, Einaudi, Torino 2004

Emma-Jane Kirby, “L’ottico di Lampedusa”, pp. 196,  € 14,90, Salani, 2017

Nota Biografica

Emma-Jane Kirby è una prestigiosa reporter della BBC, per la quale ha lavorato come corrispondente estero, e corrispondente delle Nazioni Unite da Ginevra. Ha realizzato anche documentari in Afghanistan dove è stata integrata con le forze francesi a Kapisa. Attualmente è giornalista per BBC Radio 4 The World at One. Negli ultimi due anni ha trascorso gran parte del suo tempo sulle rotte delle migrazioni. Nel 2015 ha ricevuto il Premio Bayeux-Calvados per i corrispondenti di guerra per il suo report sul disastro Lampedusa. È laureata a Oxford e vive tra Londra e Parigi. Questo esordio letterario sta diventando un caso editoriale in tutto il mondo, ai primi posti delle classifiche di narrativa in Inghilterra e in Francia.

Un commento su “L’ottico di Lampedusa, di Emma-Jane Kirby”

  1. Dissi a Emma, di fronte all’orrore del naufragio anche il peggior razzista avrebbe agito come noi.Oggi mi sono ricreduto,in Italia le cose non stanno così.Comunque sono felice di aver fatto quello che bisognava fare in quel momento con i miei amici.

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