Pulizie di primavera

di Virna Condotta (Scavo 2017)
Ho cominciato a sistemare il bagno stamattina, partendo dalla vasca.
Tolti i flaconi dal bordo, li ho sciacquati e asciugati uno ad uno.
Ho strofinato le pareti finché la spalla non ha deciso di abbandonarmi.
Il dolore arrivava fino al polso così ho dovuto cambiare braccio e usare il sinistro.
Ho pulito le piastrelle, grattandone gli angoli con una spazzola di legno che mi sfuggiva di mano ferendomi con le setole: le dita mi facevano strani scherzi, vinte dal freddo nonostante sia già  maggio inoltrato.
I movimenti sono diventati più lenti con il passare delle ore.
La testa cominciava a farmi male, ma non potevo fermarmi e verso le nove mi sono arresa ad accendere la lampada in corridoio.
Lui intanto stava in camera.
Le mani gonfie avevano smesso di collaborare e ogni tanto le appoggiavo alla fronte cercando sollievo. Il ginocchio destro mi ammoniva con fitte di dolore quando lo appoggiavo sul pavimento.
Ho infilato in lavatrice gli stracci senza guardarli, tanto era il ribrezzo che provavo in quel momento. Sulle braccia, la pelle d’oca non voleva andarsene.
Seduta per terra, sfinita, guardavo ipnotizzata le stoffe che, nuotando, si inumidivano.
L’odore di ammoniaca era svanito ma non dalla mia testa e, quando mi sono appoggiata alla vasca e ho chiuso gli occhi, mi è tornato in mente tutto.
I calci, le spinte, le botte, le sue mani attorno al mio collo e il momento in cui, con una forza che mai, mai, mai avrei pensato di avere, gli ho rotto la faccia con uno dei suoi zoccoli.
Li dimentica sempre in bagno.
Si è trascinato in camera incredulo, poi è stramazzato a terra portandosi dietro il mio libro preferito, macchiandolo senza rimedio.
Mi vesto elegante e passo al trucco con scarsi risultati perché le mani tremano.
Dirò che, tornata a casa con Linda, l’ho trovato disteso fra letto e comodino, caduto da ubriaco marcio come al solito. Lei sa tutto da sempre.
Esco e mi dirigo a bussare alla sua porta, a dividerci un pianerottolo.
Quando apre, mi squadra e fa cenno di entrare, poi vola a prendere l’occorrente per rendermi presentabile, come ha già fatto tante volte per permettermi di andare al lavoro senza che io dovessi sentire addosso gli occhi compassionevoli dei colleghi, risparmiandomi  domande imbarazzanti e risposte altrettanto dolorose.
Linda racconterà che all’ultimo momento abbiamo deciso di rimanere in casa a guardare la tv e diventerà alibi e testimone.
Rientriamo a casa mia, ma dalla camera sentiamo arrivare improvvisamente dei rantoli ed io mi blocco spalancando gli occhi.
 “Ma… Era morto.”
E lei, tirandomi per un braccio: “Momentaneamente. Vieni, dobbiamo finire il lavoro.”

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